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Ora mi sono rotta il ca....

Inviato: ven 18 apr, 2003 7:31 pm
da Istria
Ora vado a mangiare la pappa!! Ma poi torno e prometto una megagalattica lezione di storia! E che cazzo non si può continuare a sparare stronzate!

Ps:evidentemente la lezione non sarà tenuta da me! Mi impegno a ritrovare una paccata di documenti storici che ci vorrà 2 gg a leggerli su guerra in iraq e su situazione in medioriente!

oh!


A dopo!!

Inviato: ven 18 apr, 2003 7:35 pm
da Gohan
:eek:

Inviato: ven 18 apr, 2003 7:45 pm
da Goge
Istria io ti do un consiglio : con certe persone non ne vale la pena ;)

Inviato: ven 18 apr, 2003 9:41 pm
da gotenks
:eek: :eek: :eek: :eek: :eek:

Inviato: ven 18 apr, 2003 10:22 pm
da Istria
Iniziamo da questo bell'articoletto.... tanto per far vedere che chi era pro-guerra e chi era contro-guerra aveva COMUNQUE degli INTERESSI!!! Altro che popolo iraqueno o salvaguardia della pace mondiale!

Lo incollo invece di dare il link così chi vuole leggere legge da qui... evito pure lo sbattimento!



Petrolio e Guerra
di Milan Rai


È la progettata guerra contro l’Iraq mirata a rinforzare il dominio statunitense sulle risorse energetiche del Medio Oriente? Questa spiegazione ha una tale forza che il Daily Telegraph ha presentato una confutazione da parte di David Frum, il quale fino a qualche tempo fa si occupava di scrivere discorsi per il Presidente Bush. Frum, adesso membro permanente dell’American Enterprise Institute, argomentava verso la fine di ottobre che “gli americani preoccupati riguardi al petrolio tendono ad opporsi alle azioni contro Saddam, perché si preoccupano degli effetti che una guerra all’Iraq potrebbero avere sull’Arabia Sauditaâ€

Inviato: ven 18 apr, 2003 10:24 pm
da Goge
Grazie per aver ascoltato il mio consiglio :lol: :lol:

Inviato: ven 18 apr, 2003 10:33 pm
da Istria
La minaccia statunitense di avviare una guerra contro l'Iraq è largamente guidata dal petrolio e dalla voglia d'impero - per espandere il potere economico e militare statunitense. Poiché questi obiettivi avvantaggiano principalmente le compagnie petrolifere e le persone già ricche e potenti, l'amministrazione Bush fa leva sulla paura degli americani comuni per mobilitare il sostegno pubblico a favore della guerra collegando - in modo falso - l'Iraq alla minaccia, molto concreta, del terrorismo ed al retorico "asse del male". Bush, per conquistare consensi, gioca anche sulla genuina preoccupazione degli americani per i diritti umani.

Molti alti funzionari dell'amministrazione Bush vengono direttamente dall'industria petrolifera. Il presidente Bush stesso, così come il vice presidente Dick Cheney, il Consigliere alla Sicurezza Nazionale Condoleeza Rice, il Segretario al Commercio Donald Evans e molti altri, hanno tutti forti legami con aziende petrolifere - la Chevron una volta ha chiamato una petroliera col nome di Rice in segno di ringraziamento.

Ma gli Stati Uniti non stanno minacciando un'invasione semplicemente per assicurare il loro continuo accesso al petrolio iracheno. Piuttosto vi è, da parte statunitense, una più ampia manovra per il controllo dell'industria petrolifera che dia loro la facoltà di decidere il prezzo del greggio sul mercato mondiale.

Le riserve petrolifere irachene sono seconde solo a quelle dell'Arabia Saudita. E con una sempre più instabile Arabia Saudita appoggiata dagli Stati Uniti, la questione di quali compagnie petrolifere - francesi, russe o americane - debbano controllare i ricchi ed inesplorati campi petroliferi iracheni una volta rimosse le sanzioni, è stata spostata al primo posto nell'agenda di Washington. Molti nell'amministrazione Bush credono che nel lungo termine, un Iraq dipendente dagli USA nel dopoguerra sostituirà il controllo saudita sul prezzo del greggio e ridurrà l'influenza del cartello petrolifero a guida saudita nell'OPEC. L'Iraq può sostituire l'Arabia Saudita, almeno parzialmente, quale fattore centrale della strategia petrolifera e militare degli Stati Uniti nella regione, e gli Stati Uniti resterebbero i garanti del petrolio per il Giappone, la Germania e gli altri alleati in Europa e nel mondo.

L'espansione del potere statunitense, al centro della strategia di guerra dell'amministrazione Bush, include il ridisegno della mappa politica del medio oriente. Lo scenario include il controllo americano dell'Iraq e il resto degli stati del Golfo cosi come Giordania ed Egitto. Qualcuno nell'amministrazione vuole anche di più - "cambiamento del regime" in Siria, Iran, e Palestina con Israele quale permanente e incontestabile potenza regionale appoggiata dagli Stati Uniti. L'anello delle basi americane costruite oppure ampliate di recente in Qatar, nel Gibuti, nell'Oman e in qualche altra località sono i preparativi di una guerra USA contro l'Iraq e ne anticipano gli obiettivi.

Ma i super-falchi dell'amministrazione Bush hanno un piano più ampio per costruire un impero globale che vada oltre il Medio Oriente. La maggior parte di questo piano è stato concepito molto prima dell'11 settembre, ma ora è stato portato avanti sotto la bandiera della "guerra al terrorismo". La guerra in Afghanistan, la creazione di una serie di basi militari statunitensi nei paesi della regione del Mar Caspio e dell'Asia sud-occidentale (anch'essi ricchi di petrolio e gas naturali), la nuova dottrina strategica della guerra preventiva e l'ascesa dell'unilateralismo come principio, sono tutti quanti aspetti della loro crociata. Attaccare l'Iraq è solo il prossimo passo.

Inviato: ven 18 apr, 2003 10:35 pm
da Istria
Le compagnie petrolifere statunitensi sarebbero tra le prime a beneficiarne, attraverso accessi privilegiati alle riserve petrolifere dell'Iraq, le seconde in ampiezza del pianeta. Questo accesso non significa solamente fornitura di greggio ma anche un enorme potere nel mercato globale del petrolio che scalzerebbe quello dell'Arabia Saudita e dell'OPEC. Nei tardi anni novanta fino al 2002, l'Iraq ha firmato contratti che avrebbero dato a compagnie petrolifere francesi e russe accesso privilegiato alle riserve irachene una volta che fossero state rimosse le sanzioni economiche. Gli Stati Uniti hanno usato questi contratti per far pressione su Francia e Russia nelle deliberazioni del Consiglio di Sicurezza. La minaccia - suggerita dai dirigenti statunitensi e più esplicitamente dai leader dell'opposizione irachena - era che un regime post Saddam Hussein in Iraq avrebbe annullato i contratti esistenti e che le compagnie francesi e russe non avrebbero avuto accesso ai nuovi contratti petroliferi se i loro governi si fossero opposti ai piani statunitensi (la contrapposizione in merito è che nel breve termine una caduta della produzione di petrolio, dovuto alla guerra, potrebbe avere serie conseguenze economiche, ma molte compagnie petrolifere sembrerebbero credere che beneficeranno dal maggior prezzo di mercato che accompagnerebbe una tale riduzione di produzione).

Anche le compagnie che producono e installano equipaggiamenti petroliferi dovrebbero beneficiarne. Il vice presidente Cheney è stato CEO [Chief Executive Officer, equivalente al nostro amministratore delegato, ndt] di una di queste aziende, la Halliburton Oil Services, prima di ritornare a Washingthon nel 2001 come componente dell'amministrazione Bush. Tra il 1997 ed il 2001 la Halliburton sotto la guida di Cheney a fatto affari con l'Iraq per un valore di almeno 73 milioni di dollari per ricostruire le infrastrutture petrolifere mandate in pezzi dalla guerra e dalle sanzioni economiche, ma le sanzioni statunitensi hanno limitato questa ricostruzione. Con un controllo militare statunitense nel dopoguerra in Iraq, le compagnie petrolifere degli Stati Uniti sarebbero in posizione privilegiata, le sanzioni petrolifere sarebbero certamente alzate e compagnie tipo la Helliburton vincerebbero giganteschi contratti di ricostruzione.

Anche i produttori di armi statunitensi ne beneficerebbero. I produttori militari hanno già vinto nuovi e più grandi contratti per produrre più armi e di miglior qualità. Boeing Aircraft, per esempio produttrice del kit J_DAM che trasforma immense e letali bombe da 500 e 2000 libbre in altrettante bombe intelligenti stanno lavorando contro il tempo per produrre tali kit prima dell'inizio di una guerra contro l'Iraq. Boeing sta costruendo una nuova industria di 30,000 piedi quadrati a Sant Charles, Las Angeles per sostenere la domanda ed anche i fornitori, includendo Loockeed, Honeywell e Textron, stanno incrementando la produzione. Il portavoce della Boeing Bob Algarotti prevede "un innalzamento del livello di produzione fino alla fine del decennio."

Inviato: ven 18 apr, 2003 10:36 pm
da Istria
10. L'Iraq possiede armi di distruzione di massa?

Non lo sappiamo con certezza - questo è il motivo per cui gli ispettori dell'ONU sono in Iraq. Come alla fine del 2002, gli ispettori non hanno indicato di aver trovato l'evidenza di ogni visibile programma d'armamento. Quando l'originale gruppo di ispezione, UNSCOM, lasciò l'Iraq nel dicembre 1998, alla vigilia del bombardamento iracheno da parte di Washington, disse di aver trovato e distrutto o reso inoffensive il 90-95% delle armi di distruzione di massa irachene. L'Iraq ha dichiarato di aver distrutto altri armamenti, ma non possiede un incartamento completo per documentare pienamente la loro distruzione. Non vi è certamente alcun piano nucleare in atto - che può essere facilmente verificato via satellite e con altre tecnologie. Mentre è possibile che qualche materiale biologico o chimico dagli ultimi programmi di armamento possano essere rimasti in Iraq ma che non siano stati ancora scoperti dagli ispettori, non vi è alcuna indicazione che esista un potenziale sistema per lo spargimento di queste sostanze.

L'amministrazione Bush dichiara che l'Iraq possiede armi di distruzione di massa - ma hanno rifiutato di mostrare le prove che dichiarano di avere e non vogliono neppure fornirle ai gruppi di ispettori delle Nazioni Unite. Questo contraddice la dichiarazione di Washington di un'imminente minaccia da armi di distruzione di massa irachene - se le minacce fossero state reali, sicuramente i funzionari statunitensi avrebbero fornito immediatamente agli ispettori tutte le informazioni necessarie per neutralizzare la minaccia. Trattenendo le informazioni, gli Stati Uniti sembrano più interessati a giocare a "rimpiattino" piuttosto che trovare realmente ogni reale armamento per renderlo inoffensivo.

Inoltre, l'emergente esempio delle armi nucleari della Corea del Nord può essere istruttivo. Se, come è il caso nella Corea del Nord, ci fosse la reale evidenza di un'arma nucleare irachena, sarebbe inverosimile che Bush minacci una guerra contro l'Iraq. Dovrebbe essere usata invece una combinazione di diplomazia ed altri deterrenti. La buona volontà statunitense di parlare alla Corea del Nord - che possiede armi nucleari - contrapposto al rifiuto di parlare all'Iraq, fornisce un'altra chiara indicazione che l'Iraq non possiede armi nucleari.

Inviato: ven 18 apr, 2003 10:37 pm
da Istria
11. L'Iraq ha nulla a che fare con l'11 settembre o con Al-Qaeda? Una guerra contro l'Iraq aumenterebbe la sicurezza degli americani in patria e all'estero?

L'Iraq non ha nulla a che fare con gli attacchi dell'11 settembre. Infatti l'Iraq ha una lunga storia di antagonismi con Osama bin Laden ed Al Qaeda. Secondo il New York Times: "subito dopo che le forze militari irachene hanno invaso il Kuwait nel 1990, Osama bin Laden ha avvicinato il principe sultano Bin Abdelaziz Al Saud, il Ministro della Difesa saudita, con una proposta inconsueta... Arrivando con mappe e molti diagrammi, Bin Laden disse al principe sultano che il regno poteva evitare l'affronto di concedere all'armata di miscredenti americani di entrare nel regno per cacciare l'Iraq dal Kuwait. Egli stesso poteva condurre la battaglia, disse, alla testa di un gruppo di ben addestrati mujahideen che - diceva - poteva vantare 100,000 uomini. Anche se l'offerta era senza dubbio esagerata, l'ostilità di Bin Laden verso il secolare Iraq era chiara. Non vi è alcuna ragione di credere che ciò sia cambiato.

Invece di rendere gli americani più sicuri, ci sono molte ragioni per temere che una guerra contro l'Iraq metterà gli americani in grande pericolo. In tutto il medio oriente, il sentimento anti-americano è già dilagante a causa del supporto finanziario e diplomatico dell'occupazione israeliana in terra palestinese e per il supporto ai regimi corrotti e repressivi del mondo arabo. Una guerra statunitense contro l'Iraq inoltre inasprirà questa rabbia, forse guidando i più disperati a scegliere atti di violenza contro individui o istituzioni americane percepite come simboli del potere o della politica americana.

Inviato: ven 18 apr, 2003 10:47 pm
da Istria
Mark Thomas: Se possiamo iniziare con la politica estera statunitense, cosa pensa stia accadendo al momento per quanto riguarda l’Iraq ed la Guerra al Terrore?

Noam Chomsky: Prima di tutto penso che dobbiamo fare molta attenzione ad utilizzare la frase “Guerra al Terroreâ€

Inviato: ven 18 apr, 2003 10:54 pm
da Istria
"Intanto si fa largo una nuova giustificazione all’azione militare: colpire Saddam per sostituirlo con un governo amico e poter così sfruttare, potenziandola, la produzione di greggio irachena, così da liberare gli Stati Uniti dall’eccessiva dipendenza energetica dall’Arabia Saudita, storico alleato in Medio Oriente, oggi però non più affidabile": questa analisi puntuale non viene da "il manifesto" o da qualche giornale pacifista, ma compariva il 19 agosto sulla prima pagina de "il Sole – 24 ore", quotidiano della Confindustria.

Il dibattito sul possibile/certo attacco degli Usa all’Iraq è stato il tormentone delle pagine esteri durante l’estate, con la solita gara fra i media a chi sparava la "rivelazione" più grossa (non importa se suffragata da qualche elemento di realtà) sul riarmo iracheno, la malvagità di Saddam e i legami con "al Qaeda", elementi ovviamente sufficienti a giustificare un’altra guerra a base di bombardamenti indiscriminati come alcuni mesi fa in Afghanistan (e oltre dieci anni fa in Iraq). Ma pochi hanno espresso con la chiarezza dell’articolo sopra citato, cosa c’è dietro il preventivato attacco a Baghdad.

La volontà di Bush e del suo staff di "falchi" di intervenire militarmente contro l’Iraq è stata però in qualche misura frenata dai dissensi apertamente espressi da settori dello stesso Partito repubblicano Usa oltre che da vari leader europei (in primo luogo da Schroeder, ma persino Blair ha mostrato qualche scetticismo, mentre Berlusconi continua vergognosamente a tacere). Kissinger o Scarecroft hanno definito quanto meno azzardato un intervento militare condotto senza tenere conto della necessità di un’ampia coalizione e senza un chiaro progetto sul dopo-Saddam.

Il dibattito sembra comunque ridursi a questo: non se sia giusto attaccare l’Iraq, ma come e quando farlo. Da una parte Bush e i suoi vogliono procedere sulla linea dell’egemonismo unilaterale e dell’interventismo militare messa in campo con chiarezza dopo l’11 settembre (e che non sembra aver dato finora grandi risultati nemmeno in Afghanistan, ancora percorso da scontri e ingovernabilità): un’opzione terroristica verso le popolazioni coinvolte ma minacciosa anche verso gli alleati, ai quali viene lasciata solo la possibilità di allinearsi. Dall’altra parte si collocano – dentro e fuori gli Usa – quanti sembrano più interessati a un processo di stabilizzazione globale, anche attraverso la presenza militare, ma più attenta alla costruzione di alternative politiche e quindi di alleanze stabili.

Tra quanti premono per l'intervento e soffiano sul fuoco c’è sicuramente il criminale di guerra Ariel Sharon, che ha più volte dichiarato di essere pronto allo scontro con l’Iraq e intenzionato a usare (se attaccato) l’arma nucleare.

Sharon sa benissimo che l’attacco all’Iraq provocherebbe una completa destabilizzazione dei precari equilibri medio-orientali e renderebbe quindi necessario agli Usa rafforzare i legami con il loro storico e fedele alleato israeliano e, al suo interno, con la parte più disponibile a giocare fino in fondo la logica militare.

Intanto il premier israeliano si prepara alla guerra perseguendo il suo progetto che è quello di distruggere qualsiasi forma di resistenza popolare e di autorità "autonoma" palestinese e di completare il processo di controllo dei territori occupati, fino all’imprigionamento di un intero popolo. Per questo ha cercato di evitare ad ogni costo un accordo tra le forze palestinesi alimentando in ogni modo la logica degli attentati, in particolare con il bombardamento del 23 luglio su Gaza che ha provocato 17 morti, proprio quando le forze palestinesi erano arrivate a un accordo per il "cessate il fuoco" assolutamente contrario ai suoi piani. E così va avanti la politica delle chiusure, dei coprifuoco, degli assassini mirati, della distruzione della vita quotidiana dei palestinesi, ai quali risponde purtroppo solo la logica degli attentati suicidi – mentre la resistenza popolare coraggiosamente deve difendere la popolazione dalle quotidiane aggressioni delle città palestinesi.

La consapevolezza che occorre allargare l’opposizione alla guerra contro l’Iraq, impedendo in ogni caso la partecipazione italiana, e ritessere le fila della presenza in Palestina e della solidarietà con i palestinesi (e con gli israeliani che si stanno battendo per una pace giusta) sembra ormai diffusa nel movimento. Essa è stata espressa più volte anche negli incontri di luglio a Genova. Nei prossimi mesi dovrà diventare, per tutte e tutti, uno degli impegni centrali.

Inviato: ven 18 apr, 2003 10:56 pm
da Istria
Perché Bush vuole la guerra



Proprio mentre era intento a convincere il mondo che bisogna fare subito guerra all’Iraq per privarlo delle sue presunte armi di distruzione di massa, Bush ha assicurato di voler "dialogare" con la Corea del Nord - che quelle armi dichiara di avere o di voler procurarsi al più presto e ha reiterato il pieno sostegno a Israele, unica potenza del Medio Oriente certamente dotata di armi nucleari, chimiche e biologiche (vedi L’ambigua proliferazione, 18). Tre pesi e tre misure…

Basterebbe questo a far capire che la guerra imminente c’entra poco con la "minaccia" rappresentata dal regime iracheno o con la volontà di contrastare la proliferazione delle armi di distruzione di massa e c’entra molto coi calcoli imperiali della Casa Bianca. Tali calcoli prevedono la proliferazione e l’uso preventivo delle armi in questione da parte degli Usa o dei regimi "amici" e il rinvio ad altro momento dell’attacco alla Corea del Nord, per concentrarsi sull’attacco all’Iraq.

Ma perché l’Iraq? E perché oggi?

Innanzi tutto Bush, come ha chiarito con la recenteDirettiva sulla sicurezza nazionale, intende sfruttare fino in fondo l’opportunità offerta dall’11 settembre per affermare il diritto degli Stati uniti a guidare la globalizzazione capitalistica mediante la guerra, attaccando chiunque sia da loro considerato una "minaccia" (anche "in formazione"). È una prospettiva che ha già fatto lievitare le spese militari e i profitti delle industrie belliche avendo inoltre, secondo molti, anche l’obiettivo (realistico o meno) di fare da volano a un’economia statunitense in difficoltà.

Ma l’obiettivo è soprattutto quello di ostentare la potenza imperiale degli Stati Uniti, dimostrando di poterla usare e imporre a piacimento anche alla "comunità internazionale", alleati compresi (vedi Usa, ambizioni imperiali, p. 5).

Vi sono inoltre forti ragioni che spingono gli Usa a portare la guerra in Medio Oriente, cioè in una zona economicamente e strategicamente cruciale per chi aspiri all’egemonia globale. Non per caso è la prima su cui gli Stati uniti hanno rafforzato la "presa" dodici anni fa, con la guerra del Golfo.

Da allora, e sempre per mezzo della guerra, gli Usa hanno esteso il controllo e la presenza militare avanzata ai Balcani e all’Afghanistan. Ma si sono relativamente indeboliti in Medio Oriente. La mancata soluzione del nodo palestinese e la seconda Intifada hanno messo in crisi Israele. Le spinte antioccidentali alimentate dalle forze integraliste islamiche rendono meno affidabile un altro alleato storico come l’Arabia saudita. La politica delle sanzioni è fallita e il regime iracheno ha utilizzato le crepe sempre più vistose apertesi nell’embargo per riallacciare rapporti d’amicizia (cioè d’affari) con molti paesi disponibili a revocare le sanzioni: Francia, Russia, Germania, Cina e relative compagnie petrolifere; stati dell’area. Tutti, fuorché gli Usa.

Per questi ultimi una ripresa di controllo passa attraverso l’imposizione di un regime "amico", cioè di un protettorato, a Baghdad. Ciò garantirebbe il pieno e sicuro sfruttamento del petrolio iracheno a danno anche degli altri paesi interessati. Permetterebbe inoltre di stabilire basi militari a "protezione" di Israele e di un generale riassetto del Medio Oriente più funzionale agli interessi Usa (vedi All’ombra della guerra, p.11): anche l’Iran, secondo anello dell’asse del male, già confinante con basi Usa in Afghanistan, è avvisato. E forse, consolidata la presenza dal Medio Oriente all’Afghanistan, gli Usa potrebbero "scoprire" che anche la Corea del Nord (e la Cina) è una "minaccia".

Se queste sono le ragioni del programmato attacco all’Iraq, non si stenta a capire perché siano così estese le resistenze a una guerra temuta dai paesi arabi per i suoi effetti interni destabilizzanti; dalla Russia e dalla Cina che vi vedono una preoccupante escalation dell’egemonismo Usa; dalla Francia e dalla Germania perché colpisce i loro interessi nell’area e vuol dividere ed emarginare l’Europa; perfino da settori dell’establishment Usa che preferirebbero combinare l’egemonia col "consenso" internazionale.

Oltre a rendere attuale l’impiego della armi di distruzione di massa che dice di voler distruggere, e a spingere verso il proliferare di quel terrorismo che dice di voler combattere, questa guerra sembra infatti l’avvisaglia di contraddizioni interimperialiste dense di incognite, benché nell’immediato il viluppo di timori, sudditanze, interessi comuni che legano l’Europa, ma anche Russia e Cina, agli Usa finiranno quasi certamente per garantire loro un qualche di assenso a conclusione di un lungo braccio di ferro che è anche mercanteggiamento sottobanco di vantaggi e dividendi.

In tale quadro un ruolo decisivo nel divaricare queste contraddizioni e nell’aprirle all’interno degli Usa, rendendo più improba l’aggressione all’Iraq, può e deve giocare la pressione sui governi del movimento contro la guerra che va crescendo in tutto il mondo.

Walter Peruzzi

Inviato: ven 18 apr, 2003 11:36 pm
da Istria
E qui già c'è qualcosina di interessante da leggere!

Per gli interessati si propongono lezioni private!! ehehehehhehehe

Sogni d'oro a tutti!!

Inviato: sab 19 apr, 2003 12:12 am
da magickman
beh...ripeto...sono troppo di parte...ognuno deve farsi la propria idea...informandosi su ogni argomento...

anche io potrei portarti 95 link con argomenti pro guerra, ma non lo faccio xkè nn mi identificano...io ho la mia opinione personale...MIA OPINIONE...non quello che sento in giro e ci credo e basta!